285 d.C.

rome-diocletian-antoninianus

Alla fine del III secolo d.C., l’Impero Romano si trovava sull’orlo del collasso. Decenni di guerre civili avevano frammentato l’autorità imperiale, mentre generali rivali si contendevano il trono in rapida successione. Lungo le frontiere crescevano le pressioni esterne e, all’interno, l’economia vacillava. L’inflazione erodeva il valore della moneta e la stessa monetazione - un tempo rappresentata dal denario, per secoli simbolo affidabile della potenza di Roma - era stata progressivamente svalutata, con un contenuto d’argento sempre più ridotto, fino a incrinare la fiducia generale.

Fu in questo contesto di instabilità che Diocleziano salì al potere nel 284 d.C. Ufficiale di carriera di umili origini, portò con sé non solo forza militare, ma anche una visione di rinnovamento. Consapevole che l’Impero fosse ormai troppo vasto per essere governato da un solo uomo, ne riorganizzò la struttura, distribuendo il potere tra più sovrani in quello che sarà poi definito sistema tetrarchico. Le sue riforme interessarono ogni aspetto della vita imperiale, compresa l’economia, dove cercò - non senza difficoltà - di ristabilire stabilità e fiducia nella moneta.

Fu durante questo periodo di trasformazione che vennero coniate monete come quella qui presentata, presso la zecca di Ticinum, l’odierna Pavia. Si tratta di un antoniniano, una denominazione dal valore di 2 denari introdotta da Caracalla (Marco Aurelio Antonino, da cui la moneta prende il nome) nel 215 d.C. In origine conteneva una quantità significativa di argento ma, all’epoca di Diocleziano, risultava ormai fortemente svalutata: di fatto una moneta in bronzo con una sottile argentatura superficiale. Il segno “XXI”, presente su esemplari di questo tipo, riflette un tentativo di riforma monetaria e indica teoricamente un rapporto di venti parti di metallo vile per una di argento, segno dello sforzo statale di riportare ordine in un sistema monetario in crisi.